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COME  FOTOGRAFARE  CAMOSCI  E  STAMBECCHI 
 
 
 
 
 
testi e foto di Cesare Re 
 
 
Salendo la mulattiera reale di caccia di Valnontey, alle prime luci di un gelido mattino di fine Ottobre, non posso fare a meno di pensare che la presenza del “signore delle Alpi” sia dovuta a un paradosso. Ovunque estinto, lo stambecco riuscì a sopravvivere solo nei territori che costituiscono l’odierno Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il re Vittorio Emanuele II scelse, infatti, queste zone come riserva reale di caccia, impedendone ad altri la pratica, e salvando di fatto questo splendido ungulato da sicura estinzione. In seguito  Vittorio Emanuele III donò questi territori allo stato per far sì che venissero protetti con l’istituzione di un parco, “Il Gran Paradiso”, che assurge lo stambecco a proprio simbolo. Dobbiamo, quindi, alle passioni venatorie di un re ed al disinteresse alla caccia di un suo successore la presenza dello stambecco, non solo nel parco del “Granpa”, ma in tutte le Alpi dove è stato e si sta ancora reintroducendo con notevole successo. Per il freddo eccezionale e la conseguente mancanza di neve, quest’anno dovrò necessariamente salire fin quasi nei pressi del rifugio Vittorio Sella per “l’incontro” con gli ungulati. Se sono fortunato, magari, potrei incontrare qualche stambecco appena al limitare del bosco. Per fotografare i camosci, invece, credo proprio che dovrò proseguire oltre. Le stagioni migliori per immortalare camosci e stambecchi sono l’autunno e la primavera. In autunno gli ungulati scendono alle quote più basse per nutrirsi con l’ultima erbetta, prima dell’avvento definitivo della neve e dell’Inverno che li costringerà a cercare muschi e licheni sui versanti più ripidi ed esposti, sgombri da neve. Anche la primavera offre spunti interessanti. Allo sciogliersi della neve, gli animali scendono, infatti, nel fondovalle per brucare l’erba fresca della nuova stagione. In zone protette da lungo tempo, come il parco del Gran Paradiso, dove l’uomo non è più percepito come un pericolo, è molto semplice avvistarli e avvicinarli, tanto che si possono fotografare con focali medie, senza teleobiettivi lunghi e costosi. E’ comunque opportuno vestirsi con colori non appariscenti, simili all’ambiente circostante, come i classici verde, grigio e marrone. Utile un buon binocolo, di medio ingrandimento. Potremo così notare la presenza di animali anche ad una certa distanza. Una volta avvistati i nostri soggetti, possiamo avvicinarci cautamente e in silenzio. Il problema non è tanto quello di far scappare gli animali, piuttosto confidenti, ma quello di recar loro il minimo disturbo possibile. Il primo obiettivo di un buon fotografo naturalista è, infatti, il rispetto assoluto del soggetto e mai l’immagine ad ogni costo. E’ da tener presente, inoltre, che stambecchi e camosci  hanno una soglia d’attenzione, superata la quale, è inutile tentare di proseguire o di avvicinarsi ulteriormente, poiché continuerebbero ad allontanarsi di quel tanto che ritengono necessario per riportare la distanza ad un limite a loro più consono. Per fotografare gli stambecchi è sufficiente, in genere, un obiettivo da 200 mm. Per i Camosci, invece, è opportuno utilizzare focali dai 300 mm in su. Utile anche un duplicatore di focale (tipo 1,4 o 2 x). L’ideale sarebbe munirsi di focali dal medio grandangolo ad un 400 o 500 mm. Obiettivi corti possono servire, infatti, per immagini ambientate dove, oltre all’animale, si veda anche l’ambiente circostante, oppure per riprendere contemporaneamente interi branchi. Utilizzando i teleobiettivi è necessario considerare che difficilmente avremo a fuoco più soggetti, visto la limitata profondità di campo, a meno di diaframmare molto, creando, però, problemi di mosso causati dal conseguente tempo lungo. Avremo quindi il soggetto principale a fuoco e altri animali, ai lati dell’inquadratura, resi come macchie di colore che creerebbero effetti poco gradevoli. Quando non è possibile diaframmare, quindi, consiglierei di cercare di riprendere un soggetto singolo. Interessante, se si dispone di focali molto lunghe, può essere il primo piano. Determinante è anche la prospettiva e la posizione da cui si riprende il soggetto. Se ci troviamo, infatti, in posizione elevata rispetto all’ungulato, è opportuno fare attenzione perché si rischia  di schiacciare eccessivamente la prospettiva, deformando l’animale. Dal basso verso l’alto è invece possibile ottenere effetti interessanti, slanciando il soggetto (Es. uno stambecco in piedi su una rupe). Per scattare con i teleobiettivi, soprattutto più lunghi di 200 mm, ed ottenere immagini nitide e prive di mosso è indispensabile utilizzare il treppiede o almeno un monopiede. Se con un 200 mm è possibile, infatti, utilizzare la regola del tempo reciproco della focale (con un 200 mm si ottengono immagini nitide con 1/250 di sec., con un 300 almeno ad 1/300 ecc.), con focali maggiori è molto più difficile, e comunque sconsigliato, anche tenendo conto che le pellicole da utilizzarsi in fotografia naturalistica devono essere quasi sempre di bassa sensibilità, in genere 50, massimo 100 asa. Si ottengono così colori più vivaci, grana più fine e maggior definizione dell’immagine. La messa a fuoco va effettuata sull’occhio del soggetto, o disinserendo l’automatismo dell’autofocus che sarebbe ingannato dal colore uniforme del pelo.        
 
 
DOVE  IN  ITALIA 
 
 
Gli itinerari descritti sono tra i migliori per vedere e fotografare gli ungulati. Anche le altre valli del Gran Paradiso, sia aostane che piemontesi, offrono buone possibilità. E’ opportuno ricordare che la totalità degli stambecchi presente sulle Alpi è totalmente originaria del Parco Nazionale del Gran Paradiso, in quanto estinta altrove. Se al giorno d’oggi abbiamo la possibilità di vedere gli stambecchi in molte altre vallate alpine lo dobbiamo ad un attento lavoro di ripopolamento dovuto all’opera dell’uomo. Popolazioni di stambecchi abbastanza numerose sono visibili nel Parco Nazionale dello Stelvio e, in minor numero, in alcune valli della Valtellina, nell’Oasi Faunistica di Macugnaga e nel Parco Naturale Alta Val Sesia. E’ possibile vedere gli Stambecchi anche in altre zone di Lombardia, Piemonte e dell’arco alpino orientale, dove pero gli incontri sono spesso sporadici e fortunosi. I Camosci, invece, sono più diffusi e numerosi. Sono presenti in quasi tutte le vallate alpine. Oltre che nei parchi sopra citati i camosci vivono anche nelle aree protette del piemontese, del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia, in Valtellina, nel Parco Naturale Adamello Brenta e nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Nel Parco Nazionale d’Abruzzo abita il “Camoscio d’Abruzzo”, una specie simile a quella dei Pirenei che dal 1992 si sta cercando di reintrodurre anche nel Parco Nazionale del Gran Sasso.                
 
 
ITINERARI:  
 
 
IL  RIFUGIO  VITTORIO  SELLA 
 
Partenza: Valnontey 
Arrivo: Rifugio 
Durata: 3 h  
Dislivello: 920 m 
Segnavia: cartelli, segni gialli 
Difficoltà: E 
 
Dalla caratteristica frazione di Valnontey si segue il sentiero (cartello giallo) che, costeggiando il giardino botanico Paradisia, si addentra in un fitto bosco di larici e, mediante comodi tornanti, guadagna rapidamente quota. Salendo, la visuale diviene man mano più ampia consentendo di ammirare le imponenti montagne che costituiscono la testata della Valnontey e, a valle, il gruppo della Punta Garin e della piramidale Punta Tersiva. Superato il bosco, il sentiero prosegue, in rettilineo, fino a divenire più ripido superando così gli ultimi metri di dislivello. Ancora pochi minuti in piano e si raggiunge il casotto del Parco nei cui pressi, in un ampio pianoro, è situato il rifugio Vittorio Sella (2584 m), da dove si gode di ottima vista sul gruppo del Gran Serz (3552 m). 
Variante: invece di scendere lungo l’itinerario di salita è possibile, attraversando il fiume, portarsi lungo il lato destro orografico (ponte in legno situato poco prima dell’ultima salita) e raggiungere Valnontey per docili pendii erbosi dove è facile vedere branchi di camosci.  
 
 
IL  RIFUGIO  VITTORIO  EMANUELE  
 
Partenza: Pont 
Arrivo: rifugio  
Durata: 2,30 h   
Dislivello: 775 m 
Segnavia: cartelli gialli 
Difficoltà: E 
 
Da Pont, ultimo avamposto della Valsavarenche, si attraversa il torrente su un comodo ponte. Il sentiero prosegue pianeggiante nel bosco, lambendo alcuni alpeggi. E’ possibile, già da questo punto, scorgere gruppi di stambecchi e di camosci. La mulattiera comincia gradualmente a salire con ampi tornanti. Si esce, quindi, dal bosco di larici, giungendo nei pressi delle morene glaciali dove è situata la particolare costruzione a semi botte del nuovo rifugio Vittorio Emanuele II (2732 m) edificata vicino alla vecchia struttura. Di fronte al rifugio è ubicato il laghetto di Moncorvè, sovrastato dal Ciarforon (3642 m) e dalla Becca di Monciair (3544 m). Discesa lungo l’itinerario di salita.  
 
 
 
informazioni 
 
- Periodo: Autunno o Primavera per vedere e fotografare gli ungulati 
 
- Come arrivare: Autostrada A 5 fino ad Aosta, poi statale per il Monte Bianco n° 26, uscita Saint Pierre da dove si seguono le indicazioni per Cogne (Valnontey) e per Valsavarenche.  
 
- Carte: Kompass n° 86 Gran Paradiso, IGC n°3 il Parco del Gran Paradiso, IGM  f. 41. 
 
- Attrezzatura: Reflex e obiettivi da 28 mm al 400 mm (600 mm) Pellicole 50, 100 asa. Treppiede.  
 
- Rifugi: rifugio Vittorio Emanuele tel. 0165/95920, rifugio Vittorio Sella tel. 0165/74310. 
Entrambi sono dotati di locale invernale.                                
 
- Telefoni  
 
Sede parco: 011/8171187 
Apt Cogne: 0165/74040 
Centro visita Degioz: 0165/905808 
Comunità Montana Gran Paradis Villeneuve: 0165/95323    
 
 
 
Cesare Re 
 
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