la materia del cervino

di cesare re

sole in cima al monte bianco
La luce dell’infrarosso rende vivida la roccia, la materia del Cervino. La texture della montagna è ben visibile anche alla bassa risoluzione del web. Provate a immaginarla in altra risoluzione, oppure stampata? L’effetto sarebbe ancora più marcato. Nikon D7000, modificata con filtro IR 720. Nikkor 17-35 2,8 AFS; 1/400 sec; f/8; ISO 100; media compensata. Il file raw è stato sviluppato e convertito in bianco e nero, utilizzando Silver Efex Pro. Si noti anche la tonalità e il contrasto del cielo, tipico dell’iconografia dell’infrarosso. 
Alle falde del Cervino, una montagna senza neve 

E’ ripido, scosceso, piramidale. La neve, in  un certo senso, si aggrappa a fatica alle sue pareti e tende a scivolare a valle. Così secco, però, credo di non averlo mai visto. E’ glabro; sembra quasi liscio e, con la sue tonalità di grigio sfumato, assomiglia quasi alle Dolomiti. Questa estate del 2022 è proprio arida e secca. Anche l’inverno è stato avaro di precipitazioni nevose. La Gran Becca sembra proprio un cuneo grigio. Certo, bellezza e imponenza non gli mancano, ma il suo impatto estetico è molto diverso da quello cui sono abituato. Negli anni ho scattato tantissime foto al versante valdostano del Cervino, ma in nessun recondito angolo della mia memoria, in nessun plasticone di diapositive, in nessuno dei miei numerosissimi hard disk ci sono scatti che lo ritraggono così spoglio. In genere una spolverata di bianco, abbarbicata su qualche cresta o in qualche anfratto, è sempre presente, anche nella stagione calda. La visione che si erge davanti a me, dai prati secchi e gialli sovrastanti Cervinia, è particolare e racconta delle recenti vicende delle nostre montagne, del riscaldamento globale, della retrazione costante e quasi metodica dei ghiacciai. E’ un disegno triste quello che vedo, nonostante la bellezza delle cime sia assolutamente indiscutibile, con il Cervino che domina la cresta spartiacque, tra Valtournenche, Valpelline e Valle di Zermatt, ergendosi sulle vicine Dent d’Hérens e Grandes Murailles che vivono un destino amaro, oscurate dalla fama e dall’estetica della grande piramide grigia che calamita lo sguardo di tutti. Avrei preferito un po’ di neve, ma infondo, la fotografia ritrae un momento specifico che si può anche interpretare. La roccia, la forma corrugata, la massa della roccia può essere evidenziata dalla luce dell’infrarosso, una luce non visibile all’occhio umano, ma tenacemente efficace nella rappresentazione della materia e, in questo caso, della roccia. Decido, quindi, di riporre nello zaino le Nikon D810 e 850 e di utilizzare la mia fotocamera modificata infrarosso, la mia Nikon D7000 con filtro IR 720.  Convertirò poi il rossastro file NEF (RAW di Nikon) in un’immagine in bianco e nero che assumerà il tipico aspetto estetico delle foto IR, quando il cielo è fortemente azzurro. Previsualizzo, quindi, uno scatto in monocromia, con il cielo fortemente denso e scuro, quasi drammatico, impreziosito dal pennacchio di nuvole sulla vetta del Cervino.  

 

Il Cervino a colori

Eccolo, sopra: il Cervino a colori, con l’epilobio in primo piano, una sfumatura di colore in un prato secco e bruciato (Nikon D810; Nikkor 70-200 f4, AFG; 1/160 sec; f/9; ISO 100. Focale 85 mm). L’inquadratura verticale, in questo caso, slancia la forma della montagna. Questa si può considerare una sorta di riproduzione fedele (per quanto possa essere fedele e reale una fotografia) della situazione, del momento in cui è stata scattata la foto in bianco e nero infrarosso di cui sopra. Visto che il Cervino ha un aspetto estetico non proprio peculiare, con quasi assoluta assenza di neve, mi permetto anche io di pubblicare le immagini seguenti: alcune foto in infrarosso – falco colore, una tecnica di sviluppo e conversione  che continua a non convincermi. Visto la diversità estetica del Cervino, però, sperimento anche io, mostrando immagini per nulla consuete, rispetto al resto del mio corposo archivio fotografico, destinato per la gran parte alla pubblicazione su libri e riviste cartacee.

Infrarosso Falso Colore

Le due foto sotto ritraggono una parte delle Grandes Murailles, con il ghiacciaio di Cherillon. I file infrarosso raw sono sviluppati e lavorati con la tecnica dell’infrarosso “Falso Colore”, descritta alla fine dell’articolo. I colori sono irreali e difficilmente previsualizzabili e prevedibili. Entrambi gli scatti sono stati effettuati con una Nikon D7000, con misurazione media a prevalenza centrale, sulle rocce, originariamente grigie. modificata con filtro IR 720. La prima con Nikkor 70-700 f 4; AFG, con focale 80 mm;  1/125 sec; f/8; ISO 100. La seconda con Nikkor 17-35 f 2’8 AFD; con focale 40 mm;  1/400 sec; f/8; ISO 100. 

Cenni di post produzione di un file raw infrarosso: bianco e nero e falso colore

Tratto dal mio libro “Fotografia di Montagna”, Edizioni del Capricorno.

Questo non è un articolo completo sulla post produzione di un file infrarosso. Riassumo, però, la parte essenziale della tecnica di conversione di un file scattato con la luce invisibile e con una fotocamera modificata. I risultati della post, in infrarosso, sono poco prevedibili. Mentre nel bianco e nero infrarosso, possiamo ragionare sul bianco intenso della vegetazione, che diviene un punto di riferimento, per il falso colore non ci sono veri e propri codici e non c’è un preciso linguaggio espressivo. Utilizziamo, infatti, una luce invisibile che crea un genere fotografico molto interpretabile, con risultati molto personali. In fase di ripresa il file raw restituirà un’immagine totalmente rossa o violetta. Qualsiasi sia il risultato che ci siamo prefissi, sarà necessario un attento e corposo lavoro in post produzione. Sia per ottenere un infrarosso in bianco e nero, sia per uno scatto in falso colore, scatteremo in raw, con bilanciamento del bianco in automatico. In camera raw (o simili), per prima cosa si modifica il bilanciamento del bianco, da “come scatto” a “personale”. Si utilizzerà poi lo strumento contagocce del bilanciamento del bianco, puntandolo su una parte idonea del paesaggio, generalmente sulla vegetazione. La foto muterà radicalmente, in questo primo passaggio. Qualcuno chiama questo passaggio “True Color”. E’ già possibile lavorare su alcuni parametri, in camera raw, come luminosità, contrasto, vividezza, chiarezza e così via. Ora si importa lo scatto in photoshop, per ottenere una foto in bianco e nero o in falso colore. I puristi obietteranno che la scelta tra colore e bianco e nero è da farsi già in fase di scatto! L’infrarosso, però, richiede mentalità molto aperta… Si può anche utilizzare la funzione di tono automatico o colore automatico, appena importato il file che già contribuisce a sostanziali modifiche. Per convertire la foto in bianco e nero, si procede come di consueto: immagini >regolazioni > bianco e nero. Si continua poi agendo sulle tonalità come rosso, blu, ecc., secondo i risultati prefissi, utilizzando anche tutte le altre funzioni del software che si ritiene necessario, come per il procedimento di post produzione per le immagini in luce visibile. Nulla vieta di usufruire di altri plug in o programmi di post produzione, come per esempio Silver Exef Pro. Per ottenere, invece, immagini “infrarosso falso colore”, si torna al punto di partenza, ovvero all’apertura dell’immagine in photoshop, dopo aver modificato il bilanciamento del bianco in camera raw. Si utilizza il procedimento di inversione dei canali, uno dei pochi “punti fissi” nella post produzione del falso colore: immagini > regolazioni > miscelatore canale. Nel canale del rosso, si porta la tonalità rossa a zero e il blu a 100. Senza salvare, si apre il canale del blu, azzerando il blu e portando il rosso a 100. In questo modo si recuperano le tonalità del cielo, con una sorta di azzurro – blu, simile a quello della luce visibile, ma comunque molto peculiare.

Se ti interessano altri articoli sulla fotografia infrarosso: 

La Cifra Autoriale del Gran Sasso

Dolomiti Invisible Light

– Pale di San Martino in Infrarosso

 

 

 

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